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Prendi i soldi (pubblici) e scappa: Fca dà il benservito all’indotto italiano? 
di Ninni Raimondi
 
Prendi i soldi (pubblici) e scappa: Fca dà il benservito all’indotto italiano? 
 
Stop a ricerca e produzione delle piattaforme relative al segmento B: questa la richiesta inoltrata dal gruppo Fca ai propri fornitori, i quali sono chiamati ad interrompere ogni operazione di sviluppo dei pianali destinati alle utilitarie. Il motivo? I prossimi modelli verranno tutti realizzati a partire dalle piattaforme francesi di Psa. 
Se la questione, almeno all’apparenza, sembra puramente di carattere organizzativo, ha effetti non secondari dal lato industriale. Le piattaforme sono infatti l’anima delle quattro ruote, su di esse – comprendono tutta una serie di elementi che vanno dalla meccanica all’architettura del motore, passando per le sospensioni e altre componenti arrivando persino alle applicazioni elettroniche – vengono progettate tutte le produzioni successive, capaci di durare anche anni. 
 
Fca abbandona l’indotto italiano? 
Attorno allo sviluppo delle piattaforme si snoda un importante indotto, fatto di una marea di aziende – solo attorno a Torino parliamo di un migliaio di imprese per oltre 50mila dipendenti – che collaborano in un’amplissima rete di fornitura e subfornitura. Indotto che, adesso, rischia di essere spazzato via dalla decisione di Fca. 
Il settore auto da anni è alla ricerca di strade per comprimere i costi di produzione. Quella sulle piattaforme è una delle strategie, dato che è possibile ingegnerizzare un numero elevato di modelli a partire da un unico telaio, adattato modularmente alle diverse tipologie della propria gamma. Il dubbio, a questo punto, è che a venire sacrificate siano le aziende italiane. A beneficio ovviamente di quelle transalpine da tempo impegnate nello sviluppo della piattaforma CMP di Psa, se non altro per una questione di maggiore conoscenza di un prodotto al quale già lavorano. 
 
Fca-Psa: la fusione che non è una fusione 
La lettera di Fca ai propri fornitori non è un fulmine a ciel sereno ma si inquadra all’interno delle vicende che porteranno, dopo la “fusione” con Psa, alla nascita del nuovo gruppo che prenderà il nome di Stellantis. Le virgolette sono d’obbligo: si continua a parlare di fusione quando in realtà stiamo assistendo ad un’incorporazione della ex Fiat all’interno dei ranghi della fu Peugeot. 
Se infatti è vero che, almeno ufficialmente, la nuova realtà sarà partecipata al 50% dai vecchi soci, allo stesso tempo l’Italia finisce sin da subito in minoranza nel consiglio di amministrazione. Un piccolo dettaglio per capire chi realmente tirerà le fila, i cui primi effetti li stiamo così già apprezzando. 
 
Garanzia statale: per la deindustrializzazione 
Come se non bastasse, nel frattempo Fca ha persino ottenuto – con delibera firmata a poche ore dalla richiesta – la garanzia statale all’80% su un maxi-prestito da 6,3 miliardi. Era maggio di quest’anno e il gruppo della famiglia Agnelli si impegnava, in cambio, a garantire il pieno impiego negli stabilimenti italiani e a non porre in essere nessuna delocalizzazione. Allo stesso tempo però staccherà un dividendo straordinario da 5,5 miliardi (cifra curiosamente vicina a quella ottenuta come finanziamento) in virtù della “fusione”: gli Agnelli hanno fretta di incassare, anche se ciò significa sacrificare quel che rimane della nostra industria dell’auto. L’ennesimo capitolo di una deindustrializzazione in atto.  
 
Questa volta con le spalle coperte dal governo. 
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